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“Diritto & Diletto” - La Rubrica di Giuseppe Calò | UN MODO DIVERSO DI FARE TERAPIA E PREVENZIONE DEL DISAGIO PSICO-SOCIALE PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Calò   

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Il dott. Franco Cetrelli, nella sua veste di psicoterapeuta, può aiutarci ad approfondire, dall'Osservatorio accreditato della medicina, le tematiche principali della c.d. "etica dello sport", disciplina in forte evoluzione in tempi di emulazione esasperata e di falsi idoli.
Dott. Cetrelli, i nostri figli abbracciano le discipline sportive sovente orientati dalle aspirazioni dei propri genitori, piuttosto che da una scelta individuale o istintuale. Quale è, oggi, il valore della pratica sportiva?
Il valore dello Sport nello sviluppo sano dei bambini e degli adolescenti è una verità ormai largamente ed indiscutibilmente riconosciuta, poiché Il gioco, attraverso l'attività sportiva, soddisfa non solo la ricerca di un piacere, ma, e soprattutto, soddisfa i due bisogni essenziali dell'essere umano: il bisogno di "essere" ed il bisogno di "esserci", cioè di esistere e di far parte. Questi bisogni possono trovare soddisfazione solo in una "relazione" con l'altro; e la ricchezza e l'efficacia del gioco per questo scopo sta nella curiosità e nella passione del gesto atletico, inteso come abilità , e nella relazione tra pari. All'interno del gioco, infatti, il bambino si sente protagonista, scopre se stesso e decodifica la realtà e ciò che può fare, ricevendo conferme su ciò che sta realizzando. Nel gioco il bambino si misura con la vittoria e la sconfitta; si mette alla prova, impara a capire il senso dei ruoli e delle regole. Il compito fondamentale dell'istruzione (in famiglia, a scuola, nelle società sportive ecc..) dovrebbe essere allora quello di dare e conservare nel bambino-studente-atleta il gusto di imparare, cioè una motivazione ad apprendere in piena autonomia rispetto ai premi e differenziata dal bisogno individuale di distinguersi per merito ed evitare brutte figure.

Dottor Cetrelli, sul valore terapeutico dello sport: Lei concorda o lo stesso rappresenta una mera occasione di sfogo sociale dell'individuo?
Opto decisamente per la prima soluzione. Lo Sport, in genere, assume un crescente valore "terapeutico", e sempre più numerose sono le ricerche e le applicazioni pratiche, in questa direzione. In particolare, una ricerca dell'Università della Georgia (sezione Dipartimento di Kinesiologia), diretta dal professor Matthew Herring e pubblicata su "Archives of Internal Medicine," ha attirato la mia attenzione di psicoterapeuta, avendo dimostrato che fare sport riduce l'ansia. Herring e colleghi hanno preso in esame un gruppo di 3000 persone, tutte con patologie croniche ed irreversibili: dai tumori alla sclerosi multipla all'artrite. Da tale campione sono stati estratti 20 volontari, divisi in due gruppi: i primi hanno seguito un programma di fitness, i secondi invece no. Alla fine dell'osservazione, si è allora notato come quelli del primo gruppo mostrassero una riduzione dell'ansia del 20%; benefici simili si erano registrati anche nei soggetti per natura più calmi. Gli studiosi evidenziano come il legame positivo tra fitness e depressione sia già stato indagato, mentre quello tra esercizio fisico ed ansia sia molto meno esplorato. Eppure, gli effetti benefici dell'allenamento hanno probabilmente la stessa origine, sia nel caso di sindromi depressive sia nel caso di un approccio ansioso alla vita. Inoltre, concludono i ricercatori, il lavoro appena compiuto è importante perché l'ansia è una delle patologie emergenti, in crescita insieme alla durata media della vita. Ora, vivendo in Italia, paese che vede come disciplina sportiva (e come vera e propria passione assoluta) lo sport del Calcio, mi è venuto naturale andare a cercare qualche studio applicato proprio a questo sport; mi è capitato quindi di imbattermi in un progetto che prevedeva proprio il Calcio come terapia di gruppo contro la depressione, da svolgere su un campo di pallone invece che in una struttura medica e con un titolo "accattivante": Un Calcio alla Depressione! Questa è la proposta di "Back on the Net", un programma di psicologia per gli adolescenti creato dal professor McArdle dell'Università di Dublino e presentato alla conferenza annuale della British Psychological Society's Division of Clinical Psychology, tenutasi a Londra. La premessa era che i giovani, nonostante rappresentino un gruppo di rischio per la depressione ed i comportamenti suicidi, sono quelli che più difficilmente vanno alla ricerca di un aiuto professionale. Così è stato ideato questo programma che sfrutta il gioco del calcio e le metafore calcistiche per effettuare terapie di gruppo, eliminare le barriere mentali e stimolare la salute psicofisica dell'individuo. I ricercatori hanno lavorato con 104 volontari (età compresa tra i 18 ed i 40 anni), dividendoli in tre gruppi: uno svolgeva esercizio fisico individuale, un altro giocava a calcio e alternava le partite con sessioni di terapia mirata. Tutti i soggetti sono stati seguiti e valutati costantemente. Alla fine del periodo di osservazione, il team di McArdle ha potuto notare come entrambi i gruppi che svolgevano un'attività fisica avevano buoni risultati, ma il gruppo con più' miglioramenti e' stato quello che ha svolto il programma mirato basato sul calcio. Secondo i terapeuti intervenuti, praticare il calcio è stato fondamentale ai pazienti per concretizzare le istruzioni dei medici, riducendo la depressione e combattendo le tendenze suicide. Naturalmente, se ci si vuole rapportare correttamente e nel modo più ampio al disagio psico-sociale, oltre alla terapia, non si deve, ne si può, prescindere dal considerare anche un aspetto di "prevenzione". In ambito sanitario, classicamente, per prevenzione primaria s'intende l'attuazione di tutti gli interventi, con l'utilizzo di tutti i mezzi idonei e disponibili, finalizzati ad evitare l'insorgere, nella popolazione sana, della malattia o dell'evento indesiderato. La prevenzione secondaria consiste invece nel fare diagnosi precoce ed interventi finalizzati alla rapida regressione del problema, per evitare l'aggravarsi ed il cronicizzarsi del fenomeno patologico. Infine, la prevenzione terziaria consiste nel riabilitare chi è stato affetto da una condizione patologica, riducendone gli esiti invalidanti, sul piano psicofisico. E' evidente che la prevenzione interessi non solo chi esercita un'attività sanitaria, ma deve coinvolgere molti altri operatori sociali, con diverse competenze, e la popolazione tutta. In questo campo, un ottimo esempio mi è parso quello di un programma che ha integrato lo sport come strumento preventivo e riabilitativo delle dipendenze patologiche da sostanze.

Che cosa può uno sport come il Calcio contro la droga e, in generale, contro le deviazioni giovanili?
Uno Sport principe come il Calcio rappresenta una grande occasione per conoscere e mettere alla prova se stessi, confrontandosi lealmente con le capacità, le personalità e le risorse degli altri. E' uno strumento di crescita dell'individuo, in un contesto di socializzazione, di condivisione di regole e di comportamenti. L'attività sportiva, praticata correttamente, con lealtà ed impegno, è certamente uno strumento efficace per costruire nei giovani una personalità matura, capace d'autogestirsi e di orientare positivamente le proprie energie, verso specifiche finalità, opportunamente scelte e perseguite, in un contesto di confronto ed incontro con gli altri. Lo Sport, infatti, stimola l'acquisizione di caratteristiche psicologiche e comportamentali, che orientano l'individuo verso un maturo senso della realtà. Tali risultati si ottengono con la consuetudine ad una tecnica d'allenamento, con l'autodisciplina, con la conoscenza del proprio corpo e dei propri limiti nell'obiettivo di migliorarsi, con l'acquisizione della capacità di controllo e distribuzione delle energie, con l'abitudine ad affrontare imprevisti e difficoltà, con l'acquisizione di una buona capacità di tolleranza della frustrazione e della sconfitta, con la giusta predisposizione a sopportare disagi, ma anche ad investire sulle proprie potenzialità. Per tutto questo lo sport rappresenta uno strumento di straordinaria importanza nella prevenzione e nel recupero delle tossicodipendenze. La pratica sportiva e le competizioni agonistiche si sono dimostrate efficaci strumenti di prevenzione e riabilitazione contro la droga, non solo perché sono occasione d'aggregazione sociale e di divertimento, non solo perché liberano dalla solitudine e dalla noia, non solo perché contribuiscono allo sviluppo delle energie del ragazzo ed al loro controllo, ma, soprattutto, perché innescano un formidabile processo di crescita e di maturazione della personalità e del comportamento dell'adolescente e del giovane. Un'equilibrata, armonica e matura personalità è l'unica, vera e forte, protezione contro la droga. Ogni giovane che vuole partecipare ad una competizione, deve apprendere un metodo e condividere un codice normativo di comportamento sociale. Deve imparare i presupposti teorici della pratica sportiva, cui si accinge, e saperli tradurre in pratica. Deve applicare delle tecniche, conoscere il proprio corpo, coordinare movimenti complessi, avere prontezza di riflessi, compiere rinunce per garantirsi la forma migliore, agire con senso di responsabilità, superare ostacoli e difficoltà, agire con lealtà verso compagni ed avversari, battersi con coraggio ed acquisire, così, fiducia in se stesso e nelle proprie capacità, imparando dalle sconfitte a migliorarsi. "L'attività sportiva rappresenta dunque un mezzo formidabile per rivalorizzare e socializzare le condotte provocatorie, spesso pericolose, dei giovani a rischio". Aumentando il senso di responsabilità del singolo, specialmente negli sport di squadra come il Calcio, e sviluppando le attitudini a partecipare, in maniera costruttiva all'attività sociale di gruppo, lo sport rappresenta, certamente, una delle strategie più efficaci per la prevenzione e la riabilitazione delle dipendenze patologiche da sostanze. Lo Sport, in altre parole, contribuisce a sviluppare nei giovani e negli adolescenti il senso dei valori, poiché implica il rispetto delle regole, stimola a raggiungere obiettivi comuni e condivisi, facilita l'apprendimento di modalità di vita sociale solidale. L'attività motoria, inoltre, aiuta l'accettazione delle trasformazioni corporee proprie dell'adolescenza. La pratica sportiva insegna il rispetto del proprio corpo, ma offre anche gli strumenti per migliorarne l'aspetto e le potenzialità. La pratica sportiva è, inoltre, socialmente valorizzata. Ogni componente delle squadra deve contribuire alla vittoria. Ogni componente è importante. Ciò produce il riconoscimento sociale di un ruolo, induce fiducia in sé e limita il rischio dell'espressione di comportamenti autolesivi e/o autodistruttivi, probabilmente anche di gesti suicidari, frequenti tra i giovani e gli adolescenti più vulnerabili. "Lo Sport permette di imparare e rimandare il piacere immediato, la soddisfazione immediata dei propri bisogni e/o desideri, che possono essere differiti, contribuendo, in tal modo ad introiettare nei giovani la consapevolezza di poter controllare meglio la propria impulsività. Inoltre, o Sport contribuisce a canalizzare l'aggressività, le pulsioni più specificamente violente e gli impulsi sadici, insegnando a gestire e controllare il contatto fisico e corporeo con gli altri".

Le istituzioni, le polisportive, i privati nello sport: quali sono i contributi concreti che tali soggetti possono effettivamente conferire alla tematica ed alle problematiche ad essa connesse?
Sono fondamentali i programmi di prevenzione sportiva. Essi diventano dunque strumenti indispensabili ed insostituibili, per i giovani, delle fasce sociali a basso reddito e più emarginate, soprattutto nel contesto urbano. Il potenziamento di queste iniziative, di prevenzione sportiva del disagio giovanile, deve essere consapevole e deve vedere attori tutte le istituzioni educative, scolastiche, sanitarie ed amministrative locali. Ma tali iniziative hanno senso, ovviamente, solo se mantengono una loro continuità. "Un fattore rilevante di successo è quindi rappresentato dall'investimento che le istituzioni intendono fare in infrastrutture ed in risorse umane. In questo ambito, per esempio, la partecipazione d'importanti e famose personalità sportive è d'importanza fondamentale. Tali iniziative, se opportunamente esaltate da una campagna di stampa e di pubblicizzazione, possono innescare un forte desiderio di partecipazione attiva. In tale contesto, il mito passa da strumento regressivo dell'individuo, a mezzo terapeutico di riappropriazione di parti del Sé, inibite o rimosse. L'immagine del campione, vitale e vincente, uomo di successo, compiutamente realizzato nel suo ambito d'attività, può essere l'idolo, non regressivo ma terapeutico, che dimostra chiaramente che le migliori potenzialità umane sono raggiungibili, nel contesto di una comunità umana, solidale, osannante e, soprattutto, libera dalla droga". Dunque,L'uso dello Sport nella prevenzione e nella riabilitazione delle tossicodipendenze può rappresentare, se applicato sistematicamente ed opportunamente, una vera svolta nella lotta alla droga, che può essere sconfitta non solo con le armi della repressione del narcotraffico e con il recupero dei tossicodipendenti, ma soprattutto, con la riduzione del numero d'adolescenti e giovani "a rischio". Naturalmente, e non solo da un punto di vista terapeutico, tutti i giovani, in difficoltà o meno, possono sfruttare questa opportunità, per riappropriarsi d'aspettative e potenzialità più o meno represse solo se aiutati da adulti che stabiliscano con loro una relazione significativa sul piano emotivo. E qui si innesca necessariamente una considerazione circa il ruolo che gli adulti di riferimento, dunque non solo i genitori, ma anche allenatori, preparatori e dirigenti sportivi in genere, hanno nel permettere ai giovani atleti di svilupparsi armonicamente in senso psico-fisio-sociale: Quel che ho visto e sentito sugli spalti ed ai bordi dei campi di calcio dei campionati giovanili in anni di accompagnamento all'attività sportiva dei miei figli adolescenti mi ha fatto sovente dubitare dell'equilibrio di molti adulti-modello. Dunque, per frenare la mia vena polemica, mi limiterò a chiudere queste considerazioni riportando in calce, per un'opportuna riflessione, la Carta dei Diritti del Ragazzo nello Sport, un decalogo pubblicato a Ginevra nel 1994 che così recita:
Io ho diritto:
1. Diritto di divertirmi e di giocare
2. Diritto di fare dello sport
3. Diritto di beneficiare di un ambiente sano e sereno
4. Diritto di essere trattato con dignità
5. Diritto di essere circondato ed allenato da persone competenti
6. Diritto di seguire allenamenti adeguati ai miei ritmi
7. Diritto a misurarmi con giovani che abbiano le medesime probabilità di successo
8. Diritto di praticare il mio sport in sicurezza
9. Diritto di avere giusti tempi di riposo e di attività
10. Diritto di non essere un campione